Arte e Cultura, FOOD, Slow Tour

APPUNTAMENTO COL CRISTO

Di Andalusia e altre storie

Le urla mi raggiungono smorzate: una sferzata di rimprovero che rimbalza, non voluta, sulle palpebre chiuse.
Chissà con chi ce l’hanno, poi. Forse un avventore un po’ brillo. Magari un tizio che ha chiesto despacito al dj.

Francamente, non potrebbe fregarmene di meno. 
Non ora. Non qui. 
Non durante il primo bacio con un ragazzo che, per qualche assurdo motivo, mi sembra di conoscere da sempre.

catedral de malaga

Corre l’anno 2019. L’aria di Marzo è densa di promesse ed io ne ho afferrate così tante che non mi entrano più nelle mani.
Il primo appuntamento è filato senza intoppi. Neppure un momento in cui preoccuparsi di come apparire. Neanche un pozzo di silenzio da riempire con ciò che non sono.

Di motivi per festeggiare, direi, ce ne sono un bel pò.

Ho ancora il sapore dolciastro del vermut sulle labbra quando decidiamo di concludere la serata in uno dei bar flamenchi del centro di Málaga.
Un posto un po’ tamarro, per la verità. Frequentato da quel genere di persone che vedresti bene con una catena d’oro al collo e lo stuzzicadenti in bocca. Però ci puoi ballare le sevillanas senza aspettare la feria d’Agosto (la mia festa preferita in città!) ed è questo che conta.

Basta vivere un paio di mesi in Andalusia per capire che niente celebra l’allegria più di una pasada su un ritmo ternario.

Succede lì. Al centro della pista mezza vuota, mentre confesso di non aver mai imparato la quarta. Uno sguardo. Un sorriso. Le distanze che si annullano….

…

E le urla.
Accidenti, perchè non la smettono di gridare, questi?
Ora pure i fischi.
Ma che diavolo succede? Ancora non l’hanno cacciato, l’avventore molesto?
Un momento: e se non ci fosse nessun avventore molesto?
E se ce l’avessero…

ODDIO.
NO.
Brivido, vergogna, sommo orrore.

E se ce l’avessero… CON NOI?
Apro gli occhi e finalmente capisco.

La statua di un Cristo in scala reale ci sta osservando con un’espressione imperscrutabile.

Sí, sí. Un Cristo. 
Con faccia da Via Crucis. 
Scolpito con tutto il magistrale realismo della scuola spagnola.

Vedete, in Andalusia é perfettamente normale trovare Gesú in un disco bar.
O sul portachiavi del taxista che ti porta verso la tua nuova vita da espatriata mentre l’umidità che entra dai finestrini trasforma i tuoi capelli in una chioma afro.

O di passaggio sulla strada nelle prossimità dell’ostello in cui alloggi provvisoriamente mentre cerchi casa.


In Andalusia Gesù è ovunque. Ma in senso proprio fisico.

Il culto delle immagini sacre è parte del tessuto culturale della regione, legandosi – in molti casi – più al folklore che alla spiritualità. Del resto, quella statua è un deja vù istantaneo dello shock che provai durante la mia prima Settimana Santa a Málaga.

Ci avevo messo 5 secondi esatti a capire che sarebbe stato un delirio.

Odore di incenso. Tamburi in lontananza. Una prigione di folla da cui sarebbe stato impossibile scappare. Perchè non importa se vivi lontano dal centro o pianifichi esodi mirati con buona pace delle deviazioni dei trasporti: la Settimana Santa ti raggiunge ovunque tu sia, smezzando la routine della tua vita con la frenetica agitazione degli eventi che non puoi ignorare.

I preparativi erano iniziati almeno quindici giorni prima. Quando meno me l’aspettavo, drappi rosso bordeaux bordati d’oro avevano fatto la loro comparsa dalle finestre di Calle Larios. Sedie e transenne smaltate avevano trasformato la centrale Plaza de La Constitución in un misto tra un palazzetto dello sport ed una strana gabbia incorniciata da palme. Ed è allora che dissi “ci siamo”. Oddio, ci siamo. “Perchè?” ci siamo. Ché in un Martedì notte silenzioso i camion sull’Alameda Principal costringevano a spostare la fermata del bus. Ma anche in quel caso avevo bevuto vermut (non sono un’alcolizzata, giuro!), e la cartina appesa alla fermata mi sembrava scritta in un alfabeto incomprensibile. Così camminai barcollando, un po’ imprecando, tra il zig zag di ostacoli d’acciaio e i fiorai con le serrande abbassate, alla ricerca di un po’ di conforto negli avvisi col bollino rosso sulla app dell’EMT.

Da lì in poi fu tutto un crescendo. Le torrijas nei supermercati (il dolce tradizionale di Pasqua, a base di pane fritto). I livestreaming sui social. I “resti o te ne vai?” che gli altri residenti facevano seguire sempre da un paio di “ánimo” (“coraggio”). Da lì in poi dovetti rassegnarmi alle bande di percussioni sotto casa mentre cercavo di tradurre un articolo in inglese.
All’inquietudine delle bimbe agghindate con peinetas e veli in pizzo neri. Mi abituai, mio malgrado, alle gente che urla “Guapoooo” al Cristo come se fosse un idolo da concerto pop, rigorosamente con una birretta in mano. E imprecai però – sì, ancora – quando, uscendo dal Mercadona, l’ennesima Madonna mi bloccò su un marciapiedi con cinque litri d’acqua a pesarmi tra le mani.

Eppure, al di là di ogni sarcasmo, quella della Semana Santa andalusa è senza dubbio un’esperienza da vivere, almeno una volta nella vita.

Devo confessare che persino a me venne la pelle d’oca quando vidi le luci spegnersi al passaggio della Virgen de Servitas, immersa in un silenzio sepolcrale, rotto tutt’ al più da qualche sussurro di preghiera; Che anch’io, come una brava turista, fotografai lo spettacolo unico dei nazarenos schierati fuori dalla Cattedrale. Che mi feci prendere dall’euforia, quando vidi i gitani imbracciare chitarre e ballare flamenco dietro al trono del loro Signore.

Presumibilmente lo stesso che ora mi guarda baciare un ragazzo al bar.

Dal bancone gridano al sacrilegio. Diciamo che la nostra non dev’essergli sembrata proprio una bellissima idea.

Usciamo di fretta senza guardare nessuno, rischiando di farci investire da un’auto che decide, proprio in quel momento, di passare di lì. E poi scoppiamo a ridere.

“Questa serata non la dimenticherò mai”.

E così è stato.

A ripensarci oggi, in quello strano appuntamento si condensava tutta l’essenza dell’Andalusia più profonda e autentica. La terra del flamenco e dei mille festival indie. Dei bar coi tavolini all’aperto pieni anche d’inverno e delle processioni. Dell’avanguardia che si fonde alle tradizioni d’altri tempi.
La terra delle mille contraddizioni che, nella migliore decisione di sempre, ho deciso di chiamare casa mia.

E poi credo che quel Cristo ci abbia benedetti, perchè dopo quasi tre anni da quel bacio, io e quel ragazzo stiamo ancora assieme.

Ti ho raccontato la mia, ma ora tocca a te:

Qual è stata l’esperienza più assurda ed incredibile che hai vissuto durante la tua vacanza o permanenza in Spagna?
Raccontala su www.lamiaesperienzaspagna.it e condividila sui social con l’hashtag #LaMiaEsperienzaSpagna!

3 PAROLE CON CUI DESCRIVEREI L’ESPERIENZA: 

Andalusa, folkloristica, indimenticabile

L’autore Ilaria Dot

La lotteria delle convenzioni tra Università mi portò a Málaga nel 2008. Era una città in potenza, molto diversa da com’è oggi, ma me ne sono innamorata alla follia. Trascorsi i 9 mesi canonici sono tornata in Italia con la promessa che un giorno mi ci sarei ri-trasferita. Nel 2016, dopo otto anni passati a tornarci a cadenza regolare e a sentire come il cuore si spezzava ogni volta che salivo sull’aereo del ritorno, ho fatto il grande passo. L’unico rimpianto è di aver aspettato tanto.

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