Tradizioni & Sagre

COME HO VISSUTO LA NOTTE DI SAN JUAN A MÁLAGA

Niente da fare. Neppure riordinare l’armadio aiuta a riprendermi da San Juan.

Cioè: a dirla tutta riordinare l’armadio non aiuta a fare proprio un bel niente, specie se è incasinato come il mio. Send divisori per cassetti. Send scarpiera. Send UNA BADANTE, ODDIO!

In ogni caso è un dato di fatto che le resacas migliori sono quelle per eccesso di felicità.

Ci pensavo prima, tra un calzino arrotolato ed uno da buttare via.

Dacché bazzico la Spagna, la notte di San Juan è sempre stata per me un momento speciale. Sarà tutto quel fuoco, che ne so, saranno i desideri.

L’anno scorso – in preda ad una sindrome da indagine sociologica – avevo persino fatto un sondaggio su Twitter. Meglio trascorrerla alla Malagueta o alla Misericordia?, chiedevo ai miei follower di Málaga.

Il verdetto era stato abbastanza deciso: Malagueta, senza dubbio. Ed io (che per la verità nemmeno allora ci credevo molto) volgevo di nuovo i tacchi in direzione di una spiaggia che non è mai stata “mia”.

Oggi posso dirlo, che chi rispose a quel sondaggio si sbagliava.

O forse, più semplicemente, cercava qualcosa di diverso da me.

La realtà è che tutto dipende da come lo vuoi vivere, San Juan. Se vuoi fare botellón, conoscere gente, ballare fino a mattina sulle note del tormentone pop-dance del momento…in quel caso, certo, scegli la spiaggia del centro senza neppure esitare.

Ma se il tuo obiettivo è goderti il lato più autentico delle tradizioni del solstizio senza allontanarti dalla città, allora è alla Misericordia che devi andare.

Io la raggiungo in auto. Lato passeggero. Dalle casse riecheggiano le note di un brano flamenco trasmesso da Chanquete FM. “La radio más perita”, dice lo slogan. Dove perita, per i non autoctoni, è un termine malagueño per intendere grossomodo una figata. Se dovete scriverlo su Whatsapp, con l’emoji della pera vi capiscono. Ho provato personalmente: funziona.

Ad ogni modo, è abbastanza innegabile che una stazione più locale di Chanquete sia difficile trovarla. Persino gli spot sono recitati con la parlata del posto. E, se non fosse abbastanza, a cadenza regolare trasmettono un brano di un artista di qui. Li riconosco quasi tutti prima di Shazam, quindi immagino sia superfluo specificarvi che sono già una fan.

Forse per adeguarsi all’atmosfera generale, A. spara un “harfavó” che mi fa sorridere. Harfavó, haz el favor. L’economia linguistica andalusa ai suoi massimi termini. Roba che di meglio c’è soltanto “Capasao?” (Qué ha pasado?). Nel frattempo, l’inconfondibile scritta con il pappagallino rosso sulla i compare all’orizzonte. E penso che la vita sia bellissima, da qui.

Alla Misericordia, poi, ci sono legata in modo particolare. É il luogo in cui andavo a raccogliere conchiglie per decorare la vecchia casa di Huelin. Quello in cui parlavo con i pescatori. Quello dove mi ha adottata un gatto. Lí mi sono beccata l’influenza per aver sottovalutato la brezza fresca del tramonto. Ho mangiato migliaia di conchas finas al pil pil da Casa Jose. Sempre lì sono andata quando le cose non andavano bene e avevo bisogno di respirare un po’. Ci ho concluso riunioni di lavoro. Ci ho portato amici e famiglia. E quanti chilometri ho macinato sul paseo marítimo Antonio Banderas, trascinata dal ritmo dei miei stessi pensieri!

Oggi, che è San Juan, alla Misericordia hanno montato una specie di statua colorata. Dei teschi. Un barcone. Una scritta. Lo chiamano Júa, ed è una delle usanze più tipiche di qui. Ogni anno, il Júa rappresenta una problematica della società attuale. A mezzanotte lo si brucia come modo per auspicarne la fine.

Stavolta è toccato alla fame che uccide migliaia di bimbi nel mondo. E, sì, magari è un po’ generico, ma di sicuro è qualcosa a cui daresti fuoco volentieri.

Mi ci piazzo di fianco con un campero in mano (il tipico panino scaldato alla piastra, popolarissimo dagli anni ’80 in poi) – che se si vuole viverla alla malagueña, tanto vale farlo fino alla fine. Sullo sfondo, un’orchestrina di quartiere alterna un paso doble alla cover di Ricky Martin, facendo le delizie di signore cotonate e ragazzine in short.

Attorno a me ci sono famiglie, coppiette, comitive stipate sotto ai consueti gazebo verdi di cui hanno fatto un simulacro di casa. I fornellini sono accesi per il barbecue. Dai frigoriferi da asporto escono tupperware a non finire, come in un tacito omaggio al famoso monologo di Dani Rovira. Una coppia di anziani sta seduta composta attorno a un tavolino quadrato su cui ha disposto una tovaglia a scacchi e una bottiglia di vino.

Le stelle cadono, pare. Ma sempre e solo quando io non guardo in sù.

Ed è lì, distesa sulla sabbia, che inizio il countdown. Avvolta da uno scialle di Desigual scrivo i miei tre desideri su di un foglietto di carta.

Tradizione vuole che, passata la mezzanotte, si gettino in un falò per farli avverare.

Solo che i falò li hanno proibiti, mannaggia a loro. Forse qualcuno s’era scottato i piedi a furia di saltarli (un altro rituale benaugurante della nottata), o forse non c’erano forze dell’ordine sufficienti a garantire la sicurezza richiesta da un’affluenza simile. Vai a sapere.

Per fortuna c’è sempre qualche anima pia che accende un paio di candele. Le profuma di rosmarino o le dispone a formare un cuore. Basta chiederglielo, e il foglietto te lo fanno bruciare. Un malagueño non si tira indietro, quando gli chiedi un favore.

Del resto la signora bionda che mi risponde “clarooo” lo sa bene, che il fuoco non può mancare a San Juan. E non parlo soltanto del Júa, o dei 12 minuti di spettacolo pirotecnico che mi fanno urlare “Buona estateeeee” con lo stesso pathos con cui auguro buon anno ogni 31 Dicembre.

No. I falò, nella notte tra il 23 e il 24 di Giugno, hanno una precisa ragion d’essere. La festività ha infatti origine pagana, e rimanda ad un antico culto del Sole. Il 21 del mese, per celebrare il solstizio estivo e la notte più lunga dell’anno, i nostri antenati accendevano dei fuochi come modo per inviare forza al sole e assicurarsi che li illuminasse durante tutto l’anno a venire. Il Cristianesimo ha poi ripreso la tradizione adattandola alla nascita di San Giovanni Battista, il 24 Giugno (6 mesi quasi esatti prima della nascita di Cristo).

Ma si vocifera di altre due possibili origini. La prima avrebbe a che fare con le ossa di animali che venivano bruciate anticamente per spaventare dei fantomatici draghi. Questi simpatici esserini, gettando il loro sperma nel mare, portavano un anno di mortalità. Per evitare che questo accadesse, le persone pensavano bene di spaventarli facendogli arrivare alle narici l’odore prodotto dai falò.

La seconda possibile origine è più strettamente legata a San Giovanni e rievocherebbe il rogo delle sue ossa compiuto ad opera degli infedeli nella città di Sebaste.

Insomma: in ogni caso, il leitmotiv sono le fiamme. Tante. Come quelle che mi scaldano la faccia mentre della fame dei bimbi non resta che l’ossatura. E poi nemmeno quella, divorata alla velocità della luce mentre gli obiettivi degli smartphone non sanno più da che parte girare.

Di colpo corrono in acqua, tutti.

Perchè, assieme al fuoco, l’acqua è l’altro elemento imprescindibile di San Juan. In questa notte magica, si dice che immergerci i piedi ti aiuti a lavare via il passato e prepararti a un nuovo inizio. Che saltare 9 onde all’indietro dia fertilità. Che lavarsi la faccia regali bellezza.

Io mi limito al primo punto, perché il Mediterraneo, di sera, da queste parti ha la temperatura di un lago norvegese. E mentre saltello per salvare i miei piedi dall’ipotermia penso che tanto ormai, per la bellezza, manco San Giovanni può fare granché.

L’orchestrina ora canta Camilo Sesto. Ed io con lei, stonando ai massimi termini.

“Questa notte mi fa emozionare ogni volta come una bambina. Lo vedi? Non mi serve poi molto per essere felice.”

“No, certo. Ti servono solo i fuochi artificiali, una figura che brucia sulla sabbia, i falò coi desideri, le stelle cadenti e una band che suona classici spagnoli. Casi ná“.

Sono due anni di fila che San Juan mi realizza due desideri su tre. Ma ero sempre nella spiaggia sbagliata.

Quest’anno, dalla mia “West Coast”, ho deciso di puntare all’en plein.

L’autore Ilaria Dot

La lotteria delle convenzioni tra Università mi portò a Málaga nel 2008. Era una città in potenza, molto diversa da com’è oggi, ma me ne sono innamorata alla follia. Trascorsi i 9 mesi canonici sono tornata in Italia con la promessa che un giorno mi ci sarei ri-trasferita. Nel 2016, dopo otto anni passati a tornarci a cadenza regolare e a sentire come il cuore si spezzava ogni volta che salivo sull’aereo del ritorno, ho fatto il grande passo. L’unico rimpianto è di aver aspettato tanto.

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