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EL HIERRO, AI CONFINI DELLA CIVILTÀ

Dalla mia terrazza di Fuerteventura, inizierò col raccontare del mio viaggio all’isola canaria Hierro, quell’isola che un tempo si credeva il limite del mondo, essendo il posto più ad ovest allora conosciuto, l’ultimo piccolo pezzo di terra dopo il quale l’immenso Oceano Atlantico si apre e riempie ogni angolo dell’orizzonte con tutti i suoi toni di azzurro.
Con la mia amica Alice, bionda e toscana, partiamo da Fuerteventura, facciamo scalo a Tenerife e in men che non si dica ci ritroviamo nel minuscolo aeroporto di Hierro. Come quasi in tutte le isole Canarie, è impensabile fare i turisti senza una macchina per via dei luoghi impervi e dei precari servizi pubblici. A noi poi in quest’occasione é andata di lusso… la compagnia di noleggio auto invece di consegnarci l’utilitaria più sfigata e meno costosa che avevamo prenotato, ci fa il regalo di assegnarci un suv allo stesso prezzo. Abituate alle nostre rispettive macchine piene di sabbia e distrutte dal sole, dalla salsedine e dagli sterrati di Fuerteventura, una volta salite a bordo della nostra potente vettura ci si stampa un sorriso in faccia e ci sentiamo davvero benvenute da questo angolo remoto del mondo.

A pochi minuti dall’aeroporto si trova il capoluogo dell’isola, Valverde. Decidiamo quindi di fare prima di tutto tappa qui, prendere un caffè e fare un programma dei tre giorni che avevamo davanti. L’impatto è forte, sembra di essere negli anni ’80, pochi negozi e per nulla somiglianti ai soliti standardizzati che siamo abituati a vedere nelle città. Si nota subito dal modo in cui ci osservano che Hierro è l’isola più piccola dell’arcipelago e tra le isole con meno turisti… le persone ci guardano curiose ma con grande benevolenza e dal principio alla fine della vacanza ci hanno trattato con estrema gentilezza e cordialità.
C’è una chiesa da visitare, la Iglesia de Nuestra Señora de la Concepción e, beh, detto fra noi, a parte qualche taverna interessante, non c’è troppo altro.

Parlando con la cordiale commessa di un negozio, ci suggerisce infattidi andare a mangiare poco fuori Valverde, nel pueblo di Guarazoca, in un ristorante chiamato La Pasada. Come dice la traduzione del nome stesso, un vero sballo… posto delizioso con una vista mozzafiato sull’oceano da cui si scorge anche l’isola de La Palma. Qui proviamo per la prima volta la cucina herreña, caratterizzata dall’uso di prodotti locali di grande qualità, e soprattutto il vino… già abituate alle grandi virtù di tutti i vini canari, il vino herreño riesce comunque a stupirci per la sua spiccata personalità e delizia.
Molto allegre, trascorriamo la prima parte del pomeriggio al Pozo de las Calcosas, un posto appartato con piscine naturali e con case di tetti di paglia e pareti vulcaniche. Pian piano la mente si rilassa ed inizia a permearsi dell’estrema distensione e lentezza che questo posto emana. Passeggiando e saltellando tra le rocce, la comunicazione con Alice risente dell’atmosfera ed i discorsi sembrano guidati verso la profondità. E´una sensazione che accompagna per tutto il resto del viaggio. Si incontrano talmente poche persone che, per forza di cose, un viaggio a Hierro è un viaggio nella propria interiorità.

Continuiamo il nostro tour dirigendoci al Charco Manso. Da brave abitanti dell’arida Fuerteventura, ogni angolo di strada dell’isola ci stupisce per la quantità di piante e di fiori, di una bellezza esplosiva e di colori saturati di energia. Nel frattempo, il contrasto tra l’intensità del blu dell’oceano ed il verde della natura rigogliosa abitua gli occhi ad uno splendore maestoso e potente. Il Charco sarebbe stato solo una delle tante meravigliose piscine naturali di quest’isola se non ci si fosse avvicinato, proprio quando stavamo per andar via, un singolare pescatore, il signor Pancho, che secondo me con buona probabilità quando andrete troverete ancora lì. Ci prende deciso per mano e ci dice senza di lui non avremmo visto la vera meraviglia di quel posto. Io e Ali ci guardiamo un po’ spaventate ma impavide decidiamo di metter via gli ovvi timori e pregiudizi e lo seguiamo. Effettivamente, ci porta in uno dei posti più belli della nostra vacanza: un arco di roccia scolpito dalle onde e dalla lava. Mi faccio coraggio e salgo su. Da lì sopra, il mondo é tutto un brivido. Ci congediamo dal Signor Pancho e passiamo l’ora successiva a pensare alla vita che ci ha raccontato. Ogni giorno in quel Charco, solo e senza una famiglia a casa che lo aspetta, a pescare.
Con questa immagine raggiungiamo la nostra sistemazione, una villetta situata a La Caleta. Il signor Carlos, proprietario, ci sbalordisce per la sua gentilezza e per la sua conoscenza di ogni angolo dell’isola. Ci racconta che lui vive con la sua famiglia a Las Palmas di Gran Canaria e che lì sono tutti pazzi, aderendo ad una vita che lui vede come esageratamente frenetica ed insensata e che riesce a sopportare solo prendendo delle pause e venendosi a rifugiare nella calma e natale isola del Hierro.

Siamo proprio soddisfatte della nostra scelta dell’alloggiamento, che è grandissimo, pieno di bei messaggi lasciati dagli altri ospiti. Si nota molto che il target di quest’isola è diverso. L’impressione è che non sia composto da persone giovani, cool e da Instagram ma piuttosto da figure discrete, gentili e profonde, che sanno riconoscere il grande valore di vivere questo posto ancora incredibilmente incontaminato, puro, salvo.
Un lait-motif questo che accompagna allegramente tutte le mie esperienze sulle meravigliose Isole Canarie.
Altri buoni motivi per pernottare a La Caleta sono la vicinanza all’aeroporto, la praticità per spostarsi sui vari punti dell’isola, la presenza di piscine pubbliche in pietra e l’alba sul mare. Ah, importante, c’è anche una specie di ristorante-taverna che è tutta un’esperienza antropologica. Economico tra l’altro e buono… potaje de lentejas e vino tinto della casa e a nanna contenti. Beh, nel tragitto a casa preparatevi perché verrete quasi spinti dalla luce del cielo stellato. Ve lo riuscite a immaginare il cielo di un’isola dichiarata riserva naturale della Biosfera? E parecchio diverso, è potente, di una lucentezza irriverente. Che se poco poco siete persi nei vostri pensieri, vi toglie il respiro per la sua bellezza e vi richiama in modo spartano al momento presente. Che grande lusso poter godere di questa natura pura.
Comunque… L’indomani quindi ci svegliamo presto e, dopo esserci godute un acquarello di alba sul mare, ci dirigiamo verso La Restinga, la cittadina più a sud dell’isola e, a pensarci bene, più a sud di tutta Europa. Questo posto è famoso in tutta Europa ed è spesso definito come la meta numero 1 per le immersioni in Spagna.
Oh ragazzi, non vi venisse in mente di visitare Hierro e non fare un’immersione subacquea! I fondali marini di quest’isola sono a dir poco spettacolari: pieni di grotte e pesci bellissimi, profondità abissali già a pochissimi metri dalla costa. L’immersione più famosa si chiama il Bajón, cioè una montagna affilata sottomarina composta di pareti verticali… grazie alle correnti, la fauna marina è davvero abbondante e non è raro incontrare squali balena e mante diablo. Vabbè tranquilli, tanto se non avete più del Livello 2 dell’Open Water non vi ci portano! Però non temete perché, anche grazie all’eruzione vulcanica sub marina del 2011 che ha ravvivato e ridato splendore alla flora e alla fauna marina, tutta la costa è stata ben riorganizzata in vari spot submarini ben segnalati e descritti nelle varie guide del posto disponibili. Ci sono spot per tutti i gusti e per tutti i livelli, ed in verità siamo rimaste proprio piacevolmente stupite per come sia tutto ben organizzato.

Effettivamente gli herreñi sono famosi alle Canarie per essere una comunità molto attiva ed efficiente, tanto che ha anche in programma di diventare la prima isola al mondo autosufficiente a livello energetico e sembrano già essere ad un ottimo punto.
Dopo l’immersione ed una ricca mangiata di pesce vista mare, ci spariamo una gran siesta in spiaggia… la pace dei sensi, con la testa ancora piena di quelle immagini sott’acqua, un mondo fantastico, di dirompente bellezza e sufficiente, come il cielo stellato, per richiamare tutta la vostra attenzione al hic et nunc.
Cambiamo scenario e ci dirigiamo ad ovest percorrendo strade magnifiche. Arriviamo in poco tempo in montagna e visitiamo la famosa Hermita de Los Reyes, dalla quale comincia, una volta ogni 4 anni, la famosa processione Bajada de la Virgen de losReyes, evento incredibilmente sentito e partecipatissimo dagli herreñi. Facciamo una camminata lì attorno e la vista è spettacolare. Oceano da tutte le parti.
Per finire, ci spostiamo ancora un poco in macchina per andare a goderci il tramonto dal Sabinar, uno dei posti più famosi dell’isola. Gli alberi di ginepro ritorti dal vento sono l’immagine simbolo di quest’isola e meritano di essere osservati come delle opere d’arte del vento. Trasmettono un’eleganza, armonia e malinconia commoventi. Qui il Sole si può osservare tramontare su una distesa di più di 180 ° di Oceano Atlantico, immaginatevi. Fisso l’orizzonte pensando che dall’altra parte ci sono l’America ed i Caraibi, con in mezzo tempeste e chissà che meraviglie… trasbordo di emozione, lo scenario mi trasmette un senso di infinito, avventura e potenza e mi fa desiderare e sentire che presto attraverserò l’Atlantico in barca.
Proprio grazie a questo momento, da pochi giorni ho iniziato a studiare per prendere il patentino nautico, e precedentemente ho ottenuto il titolo di marinaia.

L’indomani decidiamo di prendercela un po’ più comoda e lasciamo più spazio al caso. Ci incamminiamo per strade di montagna che passano per grandi e fiabeschi boschi ed il cartello Garoè richiama la nostra attenzione. E menomale! Un posto delizioso, con adibito un piccolo centro visitatori che racconta la storia di questo albero, Garoè per l’appunto, un tempo principale fonte di abbeveramento dei bimbache, ovverosia i primi abitanti dell’isola. In sostanza, in questo posto davvero incantato le nuvole vengono catturate dagli alberi, si forma della condensa umida sulle foglie e si raccoglie in delle specie di falde come acqua fresca.
Una mucca in lontananza ci lascia immaginare che i vari percorsi a piedi che partono da questo posto devono davvero valere la pena, però, guidate dal bisogno di fare colazione, riprendiamo la macchina e arriviamo a La Frontera.
La cittadina è arroccata sul fianco di una collina ed offre scenari molto suggestivi, ci piace un sacco. Assolutamente da non perdere Plaza de la Candelaria, con la Iglesia de Nuestra Señora de la Candelaria risalente al XVII secolo ed una originale cappella in pietra situata in cima alla colline dalla quale si può ammirare la valle del Golfo tappezzata di piantagioni di banane.
Trascorriamo le successive ore visitando tutta la magnifica costa del Golfo. Si può cominciare da Punta Grande, dove risiede uno degli hotel più piccoli del mondo e da cui comincia una passeggiata a strapiombo sull’oceano che trasmette tutta l’energia sprigionata dalle onde che si infrangono impervie contro le rocce.
Al termine del cammino c’è La Maceta, che si è guadagnato un posto altissimo nella classifica dei miei posti preferiti al mondo. E’ composto di piscine naturali perfezionate dall’uomo con passarelle all’interno delle quali ci si può bagnare in sicurezza e persino osservare una ricca flora e fauna marina facendo snorkeling, con l’aggiunta che a pochi metri, appena fuori dal perimetro delle piscine, le onde rompono con grande violenza. La sensazione di pericolo e di sicurezza si mescolano suscitando momenti di pura meraviglia.
Continuiamo visitando altri posti incantevoli tra cui il Charco Azul, che ci innamora per il suo scenario mistico e fiabesco disegnato dalla lava, e Pozo de la Salud, le cui acque, spiegano i vari cartelli informativi, si ritiene che possano curare svariate malattie e che in passato addirittura venivano esportate nelle Americhe.

Mentre risaliamo in macchina la HI-550 incontriamo una signora sulla sessantina, bionda e sorridente, con un esuberante fascio di rametti verdi in mano. Essendo un’appassionata di rimedi naturali e piante, mi trovo costretta ad accostare e ad attaccar bottone con la scusa che ci eravamo perse (che, detto fra noi, non era neanche troppo inventata). La signora allora ci fa una vera lectio magistralis sulle caratteristiche e le proprietà benefiche di timo, finocchietto, calcosaed altre piante selvatiche che si possono trovare in grande abbondanza su quest’isola. Dopo averci allenato a riconoscerle ci saluta, dandoci qualche consiglio su dove andare a mangiare ed insistendo affinché tenessimo le piante. Ci dice che poi la sua ricompensa era sapere che, quando avremmo provato la tisana che ci aveva insegnato, ne avremmo tratto tanti benefici e di non preoccuparci perché lei lì vive praticamente in un orto medicinale a tutto cielo e ne avrebbe volentieri colte delle altre. Quanta ricchezza, saggezza e buona energia nascoste dietro una semplicità a tratti spiazzante.
Tornate verso casa, decidiamo di visitare l’ultima parte dell’isola che ci manca e quindi percorrere la costa ovest. Facciamo ancora il pieno di viste oceaniche mozzafiato. E, beh, a proposito di mozzafiato, mi sentirei di raccomandarvi che quando trovate cartelli e semafori strani prima di entrare in gallerie, benché vi sentiate l’unica macchina passata di lì nell’ultima settimana, meglio dedicarci un po’ di attenzione così che il panico e a voglia di sotterrarvi non vi assalga se all’improvviso vedete due fari venire spediti versi di voi e non avere altra possibilità di fare tutta la galleria in retromarcia.

Comunque sulla strada che passa per Timijiraque c’è un ristorante dove abbiamo mangiato divinamente ed abbiamo conosciuto una cameriera italiana troppo simpatica e gentile. Sono certa che a tutti coloro che passeranno di là ed avranno voglia di ascoltare, racconterà nei dettagli del suo amore per la lentezza e l’autenticità di quest’isola, un amore così vivo e profondo che mi piace credere che sarà lì a migliorare col suo sorriso e la sua cordialità le giornate degli ospiti per tanto altro tempo.
Veniamo a conoscenza dello svolgimento di un casting che si realizza l’indomani della seconda stagione di una serie spagnola girata tutta su quest’isola e chiamata appunto El Hierro. La sera stessa guardiamo i primi episodi, ci piace un sacco e ci intriga tantissimo! Poi la fotografia è davvero spettacolare e ci fa sentire ancora più fortunate per star vivendo la meraviglia di quei posti in prima personae ci esaltiamo tantissimo per il fatto di riconoscere ogni singolo posto della sceneggiatura. E allora l’indomani, prima del volo, masì ma che ce ne frega a noi, ci presentiamo al casting, che era proprio vicino all’aeroporto e che, insomma, non gli si poteva dire di no.
Alla fine proprio in quel momento, pensate, arriva niente popò di meno che la tv nazionale spagnola, che chiaramente ci intervista chiedendoci se fosse stata proprio quella serie a portarci a visitare l’isola.
Sí, bueno no exactamente, pero bueno igual sí, no sé, pero… Dichiariamo che non dubitiamo che proprio grazie a questa serie molte persone vorranno a visitare quest’isola, rapite per degli scenari così spettacolari ed autentici e degli abitanti così particolari e gentili.

Detto fra noi, però, l’idea che il turismo in quest’isola aumenti non ci piace poi troppo, proprio perché è uno di quegli spazi ormai rari in Europa in cui si ha l’opportunità di stare a stretto contatto con se stessi e con la natura, e coltivare proprio questa relazione tra noi, il vuoto ed il tutto. Ascoltare il silenzio. E per esempio renderci conto di quanto rumore facciano i nostri pensieri, quelli di cui non riusciamo a liberarci nemmeno di fronte ad un tramonto di esagerato splendore. E che però proprio grazie a questi momenti possiamo identificare, riconoscere e, quindi, cominciare a cambiare o fare qualcosa a riguardo. Non so, per me è andata così… tanto che tornata a Fuerteventura mi sono lasciata con il mio ragazzo…ahah, eh scusate oh, non ce l’ho un lieto fine per ora, sarà per questo che non volevo iniziare a scrivere.
Però spero di potervi raccontare di altre avventure presto ed è stato un piacere ripercorrere questi posti con voi.

Spero con quest’articolo di aver fatto sognare qualcuno che in questo periodo riesce ad essere così luminoso da progettare un viaggio, malgrado la sensazione in questi giorni di quarantena sia che il mondo non tornerà mai ad essere lo stesso. Certamente, quel tipo di persona saprà apprezzare un giorno la bellezza severa, impervia, selvaggia e solenne de El Hierro.

L’autore Giorgia Vitiello

Vivo a Fuerteventura, dopo aver vissuto a Milano, a Parigi, a Londra, a Copenhagen e ad Amedhabad (India).
Al momento, lavoro nel campo del social media management, per una clinica medica e per un progetto mio di turismo per persone disabili.
Mi piace viaggiare, amo lo yoga e il mare, le piante e la natura, e creare arte

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