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FUORI MÁLAGA: ESCURSIONE AD ÁLORA

Álora: Località andalusa in cui Mara Maionchi dovrebbe richiedere la cittadinanza onoraria.
Perché in effetti ti viene da dirlo, “E alooooooraaaa?”, quando tre ore dopo essere uscita di casa sei ancora bloccata su di un bus fermo in mezzo al nulla.

“Mi scusi, si può sapere cosa stiamo aspettando?” chiede un signore comprensibilmente esasperato all’autista grassoccio.

“Ah, guardi, non lo chieda a me” sbuffa lui, asciugandosi il sudore con il dorso della mano. Gli occhi gli sfuggono, quasi senza volerlo, in direzione della donna indaffarata che attende sulla porta del veicolo.

Per l’ennesima volta, lei borbotta qualcosa d’incomprensibile sui permessi che devono dare da Siviglia. Sul numero dei passeggeri. Su un treno in arrivo da chissà dove. L’autista sbuffa. Scuote la testa.

“Le comiche, no vea“.

“Oh, noi abbiamo dei parenti che ci aspettano!”, urla qualcuno dai posti in fondo.

Un serpeggiare di variazioni sul tema del “qué verguenza” mi arriva alle orecchie sotto forma di brusio. Un numerino su WhatsApp mi notifica un breve vocale di Aleja. Intanto, oltre gli aloni dipinti dal sole sul finestrino, la coda di un pony ondeggia incurante da un recinto privato.

In realtà, arrivare ad Álora sarebbe facilissimo.

L’ho scelta per quello: perché la raggiungi col cercanías in una quarantina di minuti dal centro di Málaga. Tre euro scarsi a viaggio, e passa la paura.

Tutto questo sempre che tu non sbagli a guardare gli orari e ti tocchi passare un’ora in prossimità della stazione. Sempre che poi non scoppi un incendio sui binari. Sempre che – mannaggialamiseria– non ti facciano scendere dal tuo comodissimo vagone con l’aria condizionata per continuare su di un torrido bus.

Un bus che, manco a dirlo, fa tutte le fermate mettendoci il triplo. É lo stesso per i passeggeri di almeno due treni diversi; e i suoi spostamenti – per qualche motivo – rispondono alle misteriose direttive di una sottospecie di centro nevralgico a Siviglia che dà indicazioni con il contagocce.

Tranquilli però, perché queste cose, in genere, capitano solo a me.

Poi avranno pure influito la voglia di arrivare, le scarse aspettative, o magari i neuroni annebbiati dalla salita per raggiungere il centro storico (il bus urbano c’è solo in mezzo alla settimana) ma la visita, alla fine, è valsa la pena.

Álora, in Andalusia, la si conosce per due cose:

1:  É patria delle aceitunas aloreñas, unica varietà d’olive con denominazione d’origine in Spagna.

Le riconosci per il gusto amarognolo, dovuto al fatto che sono trattate esclusivamente con ingredienti naturali e conservate usando solo acqua e sale. Ma anche – e soprattutto – per l’inconfondibile “spaccatura” centrale, che rende il nocciolo facilissimo da estrarre. Ecco perché sono la scelta preferita dei baristi locali.

2: Lì è nato el cante per malagueñas, un palo o stile del flamenco.

A quest’ultimo è stato dedicato un monumento, la cui particolarità sta non tanto nella scultura raffigurante una chitarra, ma nelle ringhiere che la circondano. Su di esse sono riportate, al contrario, le note di una melodia, di modo che quando il sole ne disegna l’ombra sul suolo potete leggerle come su uno spartito.
Le olive, invece, le intuisci in divenire nelle distese verdi che ti si stendono ai piedi mentre percorri la strada per il castello arabo.

Ecco, quello non potete perdervelo. É l’attrazione principale del luogo, e la visita è pressoché obbligata.

Nei fine settimana lo troverete chiuso (sigh), ma varrà comunque la pena lasciarsi mozzare il fiato dal panorama: su tre lati, i vostri occhi potranno sorvolare la vegetazione incontaminata che circonda il famosissimo Caminito del Rey; nel quarto, il mucchietto di case bianche accatastate sulla collina vi ricorderà che siete in Andalusia.
Se avrete fortuna, mentre vi scattate foto pro-Instagram con il castello di fondo, potreste anche avere qualche incontro ravvicinato con dei cavalli allo stato brado.

Che poi non so se possa proprio definirsi fortuna. Voglio dire: nelle mie fisime di ragazza di città, essere guardata negli occhi da un animale di una certa stazza a due passi dal dirupo, un po’ di strizza  me la mette. Bello lui, eh? Per carità. Criniera bianca e tutti i crismi. Però, chessò, metti che imbizzarrisce? Che c’ha le palle girate? Che odia le turiste troppo poco abbronzate e si lancia in una corsa a perdifiato pur di scaraventarle nel vuoto?

Io non lo so, se esistano o meno i cavalli assassini.

L’imprevedibilità di un destriero, comunque, non è motivo sufficiente per desistere dall’escursione. Fatelo invece – e solo in quel caso – se soffrite molto di vertigini: non ci sono parapetti, lungo la strada che dovrete percorrere per raggiungere la fortezza: il che, animali o meno, potrebbe darvi una certa sensazione di instabilità.

Ma ad Álora ci sono anche altri punti di interesse.

Uno di essi è il Mirador di Cervantes, una specie di romantico balcone con vista al paesaggio circostante che prende il suo nome dal pannello di ceramica su cui sono raffigurate le celeberrime figure di Don Chisciotte e Sancho Panza. Nella stessa piazzetta troverete anche la chiesa di Nuestra Señora de la Encarnación, una delle più grandi della provincia di Málaga, costruita tra il 1600 e il 1699. Se volete saperne di più sul patrimonio storico e artistico della località, vi basterà fare pochi metri per soddisfare la vostra curiosità al Museo Municipale Rafael Leria.

Un altro monumento da segnalare è quello alla Faenera de Álora, situato all’incrocio di calle Carmona e Calle Cantarranas: opera dell’artista Marino Amaya, rivendica il sacrificio e gli sforzi delle donne che lavorano nei campi.

Soprattutto, però, ad Álora vale la pena passeggiare senza meta per le stradine bianche, lasciandosi sorprendere dai vicoli bianchissimi e dai balconi curati, tutti rigorosamente abbelliti da quantità sovrumane di fiori.
Andateci se cercate un’escursione da fare nell’arco di un pomeriggio e volete godervi scorci di un’Andalusia autentica, da cartolina eppure lontana dalle rotte battute dal turismo di massa. Tenete presente che non è un posto pensato per chi va in vacanza: lì ci vive la gente del luogo, e al massimo qualche inglese in pensione. A me è piaciuta proprio per questo, ma sono consapevole che non per tutti possa essere così. Come sempre, l’opinione finale su un luogo dipende da quello che cercate in esso.
Andate ad Álora se siete già stati nei pueblos blancos più conosciuti come Frigiliana o Mijas. Andateci per rilassarvi. Per passeggiare. Per ricaricarvi di energie. Non aspettatevi però negozi di souvenir, escursioni organizzate o servizi che vi semplifichino in qualche modo la vita.

L’autore Ilaria Dot

La lotteria delle convenzioni tra Università mi portò a Málaga nel 2008. Era una città in potenza, molto diversa da com’è oggi, ma me ne sono innamorata alla follia. Trascorsi i 9 mesi canonici sono tornata in Italia con la promessa che un giorno mi ci sarei ri-trasferita. Nel 2016, dopo otto anni passati a tornarci a cadenza regolare e a sentire come il cuore si spezzava ogni volta che salivo sull’aereo del ritorno, ho fatto il grande passo. L’unico rimpianto è di aver aspettato tanto.

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