Natura Sport / Slow Tour

VALLE DE ORDESA e MONTE PERDIDO: Amore a prima vista

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É passato già qualche anno da quando visitai la Valle de Ordesa eppure sembra sia stato ieri. Nell’immaginario di un “isleño” appena arrivato in Spagna come ero io, la bellezza della natura era rappresentata da una spiaggia di sabbia bianca e acqua turchese cristallina. Quel giorno, quando mi incamminai su per il sentiero che porta ai piedi del Monte Perdido, non sapevo che quella mia concezione sarebbe cambiata radicalmente e che quei paesaggi me li sarei portati dentro per sempre.

Un momento, ricapitoliamo.

Ci troviamo in Aragón, nel nord-est della penisola iberica, in un paesino di montagna chiamato Torla, esattamente lì dove la catena dei Pirenei Aragonesi inizia la sua scalata verso i 3.000 metri di altitudine e da dove, mi dicono, si intraprende l’escursione verso la Valle di Ordesa.
É settembre, una bella giornata d’estate in montagna. Sono le 9:00 del mattino e nonostante il sole inizi già a scaldare le facce delle tante persone indaffarate nel prepararsi per l’escursione, i prati, gli alberi e i fiumi si risvegliano dalla umida e fresca notte appena passata.
Torla è un paesino di 298 abitanti formato “solamente” da un centinaio di vie lastricate, case di pietra che hanno vissuto molti più inverni di quanti ne dimostrano, finestre di legno massello adornate con fiori, tetti spioventi e scuri, qualche ristorante tipico e una chiesetta del XIII secolo in bilico su uno strapiombo. Il tutto immerso nel verde più verde.
Perfetto, non male come inizio.
In più Torla è tutto molto organizzato. Ci sono a disposizione dei bus che in circa 20 minuti dal centro del paesino, ti portano su fino alla Pradera de Ordesa (prateria di Ordesa), punto di inizio dell’escursione.
Ci infiliamo sul bus in mezzo a famiglie, coppie, gruppi di amici/he. L’ambiente è molto buen rollo. 50 curve, 20 foto ai fantastici paesaggi e siamo arrivati.
Io con Marta, la mia ragazza e la sua famiglia, nel mezzo della Pradera de Ordesa (prateria di Ordesa), ci infiliamo le scarpe da trekking e organizziamo gli zaini. Acqua, qualche panino e un set di tavolette di cioccolata (non manchino mai le energie).
Io, chiaramente, da buon “ignorante” degli sport di montagna, le uniche cosa che ho portato con me, sono un occhiale da sole Ray Ban, un paio di scarpe da ginnastica e uno zaino Eastpack, neanche troppo nuovo. Tutto perfettamente inadatto alla situazione. Ma non è un problema, ho tanta voglia di scoprire quel posto che un sacchetto della spesa e unas chanclas (infradito) sarebbero andati più che bene.
Gli altri intanto sfoderano i bastoni da trekking. Io no, confido nelle mie gambe.
“Porta solo lo stretto indispensabile” mi raccomandano tutti.
“Quanti chilometri sono?” chiedo.
“16 km, 440 metri di dislivello, 6 ore andata e ritorno”, mi informano di nuovo tutti in coro.
Ma non è un problema, anche se fossero stati il doppio non avrei mai lasciato in macchina la mia fedele reflex & Co. Qualcosa intorno a me mi suggerisce che sentirò l’incessante necessità di fare foto durante il cammino.

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Pronti, partenza, via.

Altitudine: 1310 mt.
Il sentiero inizia in modo gentile per gli escursionisti. Qualche curva a destra e a sinistra e ci si ritrova nel mezzo del “Bosque de Hayas de Ordesa”, una intricata distesa di altissimi e frondosi faggi. Il fogliame, rigoglioso grazie al clima non troppo caloroso della montagna, si colora di tutte le varietà di verde e crea ampie zone d’ombra. Il sole si insinua tra le foglie, come colonne di luce. Il percorso d’improvviso si trasforma in una cattedrale dove gli unici rumori sono le risate della gente, il fiume che scorre affianco e gli uccelli che si danno il buongiorno.

Il terreno è morbido, l’umidità si nota sotto i piedi e non mancano i (famosi dalle elementari) muschi e licheni sui tronchi degli alberi e sulle rocce che costeggiano il sentiero. Non è un caso infatti che questo bosco come tanti altri situati a questa altitudine, sono rinomati per l’abbondanza di funghi di moltissimi generi: Boletus (Porcini), Rebollón (Lactarius deliciosus), Rebozuelo (Gallinaccio), Seta de Cardo (Pleurotus eryngii), sono alcuni esempi.
Mi potervi descrivere il loro sapore e quanto sono deliziosi cotti sulla brace ma non ne trovai neanche uno. “Non è periodo”, dicono.
Il bosco a tratti si apre e lascia spazio a grandi distese di erba e fiori di campo che dolcemente cadono nel fiume Arazas, movimentato e cristallino sotto il sole delle 10:30.
Proseguiamo immersi in questo silenzio ristoratore per circa un’altra mezz’ora. Ho gíà scattato 84 foto. Mangiamo il primo pezzo di cioccolata e ci prepariamo al prossimo step.

Altitudine: 1650 mt

Il percorso inizia a salire cosí come la temperatura. La “boina” (un berretto tipico) di Fernando, padre di Marta, in testa al gruppo, batte il ritmo della camminata e apre il passo verso quello che sarebbe stato il primo “Boom!” per gli occhi e da lì al cuore.
Ci si presenta davanti una scalinata formata da gradini abbozzati nella dura roccia. Penso ai lavoratori che sudarono 7 camice affinché oggi “escursionisti della domenica” come noi possiamo goderci questo spettacolo senza neanche troppo sforzo.
Nonostante questo, non c’è sforzo che non venga ripagato quando, mentre si risale le scale affaticati e con lo sguardo basso, si alza la testa e ci si ritrova davanti a Las Gradas de Soaso.
Una “gradinata” di cascate di 5 mt circa che una dietro l’altra si perdono giù nella vallata e su per la montaña.
Tra un salto e il successivo si creano piscine naturali dove l’acqua lascia intravedere perfettamente il fondale e che ti dice “Sono congelata. Non pensare di farti il bagno”. In effetti lo era e io seguii il consiglio. Marta, invece, intrepida avventuriera si lanciò a fare una foto dalla prospettiva perfetta, che a quanto pare prevedeva mettere un piede nell’acqua, scarpa inclusa.
Scatto altre 75 foto e 8 video. Altro pezzo di cioccolata e mezzo panino. Devo riprendermi dall’emozione.
Si sono fatte le 11:30 ei si riparte alla conquista.

Altitudine: 1800 mt

Ci siamo quasi, i 7 km in salita si iniziano a far sentire. Nulla di tragico naturalmente, ma bisogna tenerli in considerazione.
Si cammina, si salta di sasso in sasso e ci si guarda continuamente intorno con lo sguardo da bambino felice. Si arriva a un momento in cui ci si ritrova quasi assuefatti da tanta bellezza e grandezza tutto intorno.
Ma è proprio lì, giusto in quel momento, quando stai scegliendo il prossimo sasso su cui saltare che Ordesa si ribella e decide di sorprenderti ancora una volta.
D’improvviso il sentiero inizia ad aprirsi, gli alberi intorno si diradano e prima ancora di essertene accorto, girata una curva, ti ritrovi davanti al Circo del Soaso, un’immensa prateria verde racchiusa fra due pareti di montagna vestite alla base da un manto di fiori che formano un teatro ovale.
Un fiume calmo e silenzioso serpenteggia in mezzo alla vallata e sul fondo intanto Monte Perdido tocca i 3440 mt.
La visione fu maestosa. Mozzafiato. Non avevo mai visto niente di simile fino ad allora.
Guardavo gli altri con sguardo sorpreso e scettico quasi non ci volessi credere a quello che avevo davanti. Gli altri sorridevano ripensando alla loro prima volta a Ordesa.
Mi riprendo dallo shock e si riparte. Seguiamo il sentiero disegnato nell’erba mentre io “ogni tanto” esco fuori strada per fare alcuni scatti in quel posto in cui le brutte foto non esistono.
Camminare nel mezzo di uno spazio così ampio racchiuso tra le montagne è una strana sensazione. Ti fa sentire diminuito e protetto allo stesso tempo.

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Altitudine: 1850 mt

Sono passati 20 minuti e ancora stiamo camminando dentro la vallata. Sembra sempre più grande. Il sole delle 13:30 inizia a picchiare sulle teste e la fame a farsi sentire. Fernan assicura che siamo quasi arrivati. In effetti sullo sfondo le pareti laterali iniziano a convergere in un solo punto, lì dove inizia il corso d’acqua.
Qualche centinaio di metri e si siamo davanti alla cascata Cola de Caballo (Coda di cavallo) che prende il nome da forma che assume l’acqua che striscia giù lungo la parete da 2300 mt. Ai bordi del laghetto formatosi sotto la cascata, ci sono già tanti escursionisti: chi prende il sole, chi tenta (invano) di fare un bagno, tutti scalzi a riposare i piedi sul prato fresco dopo la lunga camminata.
Con la valle a destra e con una cascata a sinistra, apriamo gli zaini e prepariamo il pranzo.
Si son fatte le 14:30 e bisogna iniziare a fare i conti con i 6 km e 3 ore di strada del rientro.
Uno a uno, rivediamo tutti i paesaggi e in orario perfetto arriviamo al punto di inizio dell’escursione. Il chiosco sul lato destro della Pradera de Ordesa sembra un miraggio.
Ci dedichiamo una meritata cerveza sull’erba mentre il sole cade dietro le montagne e il cielo arrossisce.

In quel momento, guardo la montagna che in lontananza si affaccia sullo sfondo e penso “Ne sono valsi i piedi”.

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L’autore Luca Terzitta

Sardo, Laureato in Sociologia (UniMi) e Master in Digital Business (Zaragoza). Appassionato di musica/chitarra, mondo digitale/tecnología, fotografia e naturalmente, Spagna. Amo viaggiare con la mia ragazza e con amici, scrivere, leggere e la buona cucina, di ovunque sia

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